Narrativa

 

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Report primo incontro laboratorio scrittura autobiografica

Il verbo, l'avverbio, i cardini sostanziali, lo haiku e le sue more, come sillabe succose di rovi di agosto, Teresa Battista stanca di guerra... Jorge Amado

Un laboratorio di scrittura autobiografica?

Molto di più.

Un viaggio per mano, vibrante come un tango nostalgico, profumato come

la Provenza, colorato come la sua lavanda.

Un viaggio sensoriale che partorisce parole, da custodire come figli immaturi.

Ricordi, suggestioni, immagini, fotogrammi nella parola genitrice

Ritorno madre e padre e poi bambina.

Non vedevo mai numeri su quel pallottoliere ma lettere, lettere.

Parole scomposte che in un giro ipnotico diventavano A R P A oppure P A R A o...

P R A A... o ancora... R P A A

E la lingua inciampava e la maestra si arrabbiava.

"Sei distratta" diceva, "è semplicemente una somma."

3 + 5

Allora? Il risultato?

"R.. A... P... A...." Rispondevo.

Ecco Francesco Brunacci ha camminato sui fili di un pallottoliere,

ha portato le nostre mani a pescare parole.

Un gioco magico.

Un gioco di scrittura matematica, sottrarle , buttarle, dividerle,

addizionarle moltiplicarle.

Su sfondi di cucine, mimose e tulipani, fotografie assonnate, pareti colorate,

cala una domanda, proprio come una serranda.

"La mosca vola è una storia?"

Non lo sappiamo...

E fino a quando non lo sappiamo se lo è, non è una bella storia,

quando lo sappiamo, è proprio una bella storia.

Isabella Urbano

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Da arteterapeuti in formazione a tecnici informatici con pessime doti professionali, è il tempo di un momento. Ma, in periodi di emergenza, ci s’improvvisa un po’ come si può. Ci ritroviamo così: tra volti sgranati e voci robotiche, tra sorrisi imbarazzati e momenti d’impasse da raggirare con l’improvvisazione di chi, fino a qualche giorno prima, al pc dava soltanto del lei.
Ma ci ritroviamo, e alla fine è l’unica cosa che conta.
Ci ritroviamo a chiederci come stiamo, in che modo stiamo affrontando le giornate dal punto di vista pratico, ma soprattutto emotivo. A domandarci con le mani che ne sarà della nostra formazione, con gli occhi quando tutto questo avrà fine, ma anche a stringerci in un abbraccio che per un attimo sembra capace di annullare qualunque distanza e di posare nei pensieri una lieve coltre di leggerezza.
Ma non finisce qui, no. Perché se da tecnici informatici il funzionamento non è stato dei migliori, perché non buttarci sull’idraulica. Sono tempi duri, si sa, e a fine mese in qualche modo tocca pure arrivarci.
Eccoci allora a trasformare le nostre emozioni, riferite prima al periodo virulento e poi alla vita ‘normale’, in vere e proprie fontane che sgorgano di rabbia per un’esistenza che si è fermata, che inondano di gioia per una strana serenità ritrovata, che invadono corpo e mente di tristezza per un senso d’impotenza verso un mondo che guardiamo sgretolarsi dalla solitudine delle nostre case. Ma la paura, quella no. Questi creativi idraulici pare non ne abbiano. Quasi che sopra il cavallo bianco, invece del principe azzurro con la spada, forse sarebbero state più adatte una chiave inglese e una salopette. O probabilmente bisognerà approfondirla meglio questa Signora Paura, parlarle un po’ di più, farci una passeggiata, ogni tanto magari stringerle anche una mano. Che chi non conosce la paura si prende tutta la vita in volto, ma sa farsi anche male.
Ci lasciamo così, con qualche esame di vita in più, e un po’ di solitudine in meno, e con l’impegno di rincontrarci, che sia s’uno smartphone o sopra un pc, dando sfogo alla nostra arte, per prendere contatto col nostro splendido mondo emotivo, e condividerlo con chi ci è accanto, e per poter guardare insieme anche un momento buio con gli occhi della bellezza.

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Sai, a volte non serve molto.

Basta solo un luogo che fino a ieri nemmeno conoscevi, nel centro della tua città, o di una città che non ti appartiene, ma che poi ti porti dentro. Un luogo colmo di bellezza, d’architettura, libri e sculture antiche, di storia, e soprattutto di storie. Di persone che hanno calpestato gli stessi marmi, e hanno scritto e raccontato la propria vita. Un luogo che sa di nascita, di morte, di resurrezione. Di bambini nati, cresciuti soli, donati, di bambini lasciati e portati in salvo tra mani sicure. Un luogo che sa di cura.

Basta una canzone vicina che ti trasporti lontano e che ti smuova dentro. Che con occhi chiusi ti faccia attraversare il mare dei ricordi, le profondità delle acque, le onde del momento. Che ti lasci aprire lo sguardo e il cuore verso il proprio mondo interno e ti mostri nuovi orizzonti. Fino a ritrovarti nella quiete del silenzio, sulla riva, in mezzo a volti, che come il tuo, portano sulle gote il desiderio e la paura di una nuova avventura.

Bastano delle immagini di luoghi e persone lontane, sparse così, s'un pavimento, che quasi sembrano fotografare la tua storia. Donne forti, gitani liberi, mani segnate che si stringono, un vecchio lavoro che fa da ancora al dolore e al presente. E ancora gabbiani che volano verso posti lontani, bambini che vogliono indicare la direzione, altri invece in quell'equilibrio precario che profuma di cambiamento.

E poi bastano poche persone, gentili e che ispirano tenerezza. Persone che con sguardo delicato e parole leggere, entrano in punta di piedi nella tua storia, nelle stanze della tua vita, domandando, con quella bella curiosità spoglia di giudizio, quali le tue salite, le tue curve, i tuoi rettilinei, quali le strade che ti hanno portato fino a quest’adesso, ch'è meta ma anche un punto di partenza, dandoti la mano mentre guidi, e braccia forti per reggere gli urti.

Ecco, a volte non serve molto. A volte basta poco, ma quel poco che non avevi mai avuto, per prendersi cura dell'immensità che ti porti dentro.

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Durante un momento iniziale di presentazione in comune con gli altri corsi in cui, senza dubbio, la mia parola d’ordine è stata sicuramente: disorientamento. Trovarmi in una stanza con una trentina di sconosciuti, anche se per lo più dai volti sorridenti, mi ha fatto sentire “leggermente” impaurita. Ma già nel momento di immersione a occhi chiusi con la musica classica in sottofondo ho sentito la mente riprendere possesso del corpo e delle sue reazioni.

In seguito ci siamo divisi in due gruppi e, che dire, il clima da subito più intimo del nostro gruppo ha permesso alle sensazioni iniziali di sedimentarsi. Ho provato sin da subito, dopo aver osservato il numero di volti più circoscritto, una nuova libertà di potermi esprimere, a livello verbale ma anche fisico. Ci siamo trovati a lavorare come primo incontro sulla Psicologia della relazione d’aiuto con la dottoressa Caterina Ventura.

Il gruppo ha trovato sin da subito una sua sinergia sia interna sia con Caterina, eccellente guida anche per chi si affacciava per la prima volta a questo mondo formativo, nello specifico, della RELAZIONE D’AIUTO.

Dalle attività di conoscenza inziale, passando per la simulazione di un breve colloquio, fino a un’attività molto stimolante con le meravigliose ed emozionali foto di Steve McCurry, sin dal primo corso si è potuta quindi respirare la grande valenza del lavoro su noi stessi per poi poter arrivare a lavorare con gli altri.
Nella giornata di domenica, invece, primo incontro per il gruppo con lo PSICODRAMMA sotto la guida del dott. Massimo Doriani e della dott.ssa Francesca Di Virgilio insieme agli allievi di altri indirizzi.

Esperienza fortissima, soprattutto per me che mi affacciavo per la primissima volta allo psicodramma, che ha scatenato un turbinio di emozioni incredibile. Bellissimo e fondamentale per me è stato poter attingere dai partecipanti, in maniera completamente diversa l’uno dall’altro, sguardi, sospiri, espressioni e parole che mi hanno permesso di elaborare l’esperienza e tornare a casa con una carica energetica incredibile.
Nei prossimi Laboratori ci avviceneremo all' Arteterapia Fotografica ed alla Musicoterapia e, sinceramente, non vedo l’ora!